
1) Lorenzo, 10 anni, mio fratello: “Irene, ma per votare al referendum basta mettere una croce? Non devi scrivere niente? Ma allora è facile! Com’è possibile che alcune persone non abbiano voglia? E’ come fare i compiti ma più facile! Bisogna dirglielo che non c’è niente da scrivere, vedrai che se capiscono che è corto votano tutti, anche quelli che non hanno voglia della politica!” Votare non è solo un diritto: è soprattutto un dovere, un compito che dobbiamo svolgere insieme per garantire una convivenza civile. Serve l’opinione di tutti per poter fare delle scelte il più possibile condivise. E mettere una croce (anzi: quattro) è un modo davvero semplice e immediato per esprimere le proprie idee.

2) Ci lamentiano tanto del fatto che “sono tutti uguali, se le cantano e se le suonano tra di loro, è tutto un magna magna”: quale occasione migliore di un referendum per prendere direttamente delle decisioni, noi cittadini, saltando completamente il passaggio della mediazione partitica? Votare al referendum significa scegliere direttamente le regole che vogliamo darci, senza delegare qualcuno a farlo per noi. E’ la sola possibilità che abbiamo per prendere delle decisioni in prima persona, senza temere che chi ci rappresenta faccia il proprio interesse prescindendo dalla nostra effettiva volontà.

3) “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1.2 Cost): la sovranità non è un potere divino ma è la facoltà di scegliere come impostare una vita sociale, cercando il compromesso migliore tra le diverse posizioni e stabilendo confini a difesa delle libertà di tutti. Dunque è un divenire, è qualcosa di dinamico, che si esercita concretamente nelle forme consentite: il voto, e in particolare il voto referendario, il solo strumento diretto a nostra disposizione per prendere decisioni nel merito delle questioni. Non andare a votare significa rinunciare a qualcosa che ci appartiene. Il potere di decidere. Se non lo esercitiamo, smette di appartenere a noi e diventa sempre più appannaggio di qualcun altro. I potenti: che sono tali soltanto grazie alla rassegnazione con cui gli affidiamo la nostra opzione di scelta, il nostro “potere”. Non nel senso di forza, potere come voce del verbo potere, appunto: ossia facoltà di scegliere, possibilità a disposizione.

4) Questi sono i Toret, le tipiche fontane pubbliche torinesi: stanno rapidamente scomparendo dalle vie cittadine, in centro come in periferia. Rinunciamo a questo arredo urbano così caratteristico, nonchè alla praticità dell’acqua pubblica, in nome di freddi distributori di bottigliette (a pagamento). E’ davvero ciò che vogliamo? Magari sì. Però dev’essere una scelta consapevole, che non può fare qualcun altro per noi. Io voglio potermi esprimere contro quello che considero un furto al patrimonio urbanistico della mia città.

5) I referendum non sono eventi obbligatori. Un certo numero di cittadini ritengono che una legge vada abrogata. Pensano cioè che una delle regole del vivere comune non sia condivisibile, non rispecchi le esigenze e la volontà della maggior parte degli italiani. Che i politici abbiano preso la decisione sbagliata. Questi dissenzienti allora iniziano a spiegare i motivi delle loro perplessità a tutti gli altri, cercando di convincere almeno 500000 persone della necessità di una correzione. Se le trovano, hanno l’occasione di chiedere a tutti, e quindi a ciascun elettore: “Vuoi tu cambiare le cose o preferisci che restino come stanno? Vuoi abrogare una legge che ritieni ingiusta o pensi che mantenerla in vigore sia legittimo?” In fondo la politica dovrebbe funzionare così sempre: tutti insieme a interrogarci su cosa sia preferibile fare. Per ovvi motivi non sarebbe pratico. Il referendum, però, è quella grande occasione che abbiamo per fare davvero democrazia. Perchè sprecarla?
IL 12 E IL 13 GIUGNO VAI A VOTARE.













