5 motivi per andare a votare

10 giu

1) Lorenzo, 10 anni, mio fratello: “Irene, ma per votare al referendum basta mettere una croce? Non devi scrivere niente? Ma allora è facile! Com’è possibile che alcune persone non abbiano voglia? E’ come fare i compiti ma più facile! Bisogna dirglielo che non c’è niente da scrivere, vedrai che se capiscono che è corto votano tutti, anche quelli che non hanno voglia della politica!” Votare non è solo un diritto: è soprattutto un dovere, un compito che dobbiamo svolgere insieme per garantire una convivenza civile. Serve l’opinione di tutti per poter fare delle scelte il più possibile condivise. E mettere una croce (anzi: quattro) è un modo davvero semplice e immediato per esprimere le proprie idee.

2) Ci lamentiano tanto del fatto che “sono tutti uguali, se le cantano e se le suonano tra di loro, è tutto un magna magna”: quale occasione migliore di un referendum per prendere direttamente delle decisioni, noi cittadini, saltando completamente il passaggio della mediazione partitica? Votare al referendum significa scegliere direttamente le regole che vogliamo darci, senza delegare qualcuno a farlo per noi. E’ la sola possibilità che abbiamo per prendere delle decisioni in prima persona, senza temere che chi ci rappresenta faccia il proprio interesse prescindendo dalla nostra effettiva volontà.

3) “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1.2 Cost): la sovranità non è un potere divino ma è la facoltà di scegliere come impostare una vita sociale, cercando il compromesso migliore tra le diverse posizioni e stabilendo confini a difesa delle libertà di tutti. Dunque è un divenire, è qualcosa di dinamico, che si esercita concretamente nelle forme consentite: il voto, e in particolare il voto referendario, il solo strumento diretto a nostra disposizione per prendere decisioni nel merito delle questioni. Non andare a votare significa rinunciare a qualcosa che ci appartiene. Il potere di decidere. Se non lo esercitiamo, smette di appartenere a noi e diventa sempre più appannaggio di qualcun altro. I potenti: che sono tali soltanto grazie alla rassegnazione con cui gli affidiamo la nostra opzione di scelta, il nostro “potere”. Non nel senso di forza, potere come voce del verbo potere, appunto: ossia facoltà di scegliere, possibilità a disposizione.

4) Questi sono i Toret, le tipiche fontane pubbliche torinesi: stanno rapidamente scomparendo dalle vie cittadine, in centro come in periferia. Rinunciamo a questo arredo urbano così caratteristico, nonchè alla praticità dell’acqua pubblica, in nome di freddi distributori di bottigliette (a pagamento). E’ davvero ciò che vogliamo? Magari sì. Però dev’essere una scelta consapevole, che non può fare qualcun altro per noi. Io voglio potermi esprimere contro quello che considero un furto al patrimonio urbanistico della mia città.

5) I referendum non sono eventi obbligatori. Un certo numero di cittadini ritengono che una legge vada abrogata. Pensano cioè che una delle regole del vivere comune non sia condivisibile, non rispecchi le esigenze e la volontà della maggior parte degli italiani. Che i politici abbiano preso la decisione sbagliata. Questi dissenzienti allora iniziano a spiegare i motivi delle loro perplessità a tutti gli altri, cercando di convincere almeno 500000 persone della necessità di una correzione. Se le trovano, hanno l’occasione di chiedere a tutti, e quindi a ciascun elettore: “Vuoi tu cambiare le cose o preferisci che restino come stanno? Vuoi abrogare una legge che ritieni ingiusta o pensi che mantenerla in vigore sia legittimo?” In fondo la politica dovrebbe funzionare così sempre: tutti insieme a interrogarci su cosa sia preferibile fare. Per ovvi motivi non sarebbe pratico. Il referendum, però, è quella grande occasione che abbiamo per fare davvero democrazia. Perchè sprecarla?

IL 12 E IL 13 GIUGNO VAI A VOTARE.

Magistrati caduti per cosa?

9 mag

 

Oggi è il giorno del ricordo delle vittime di mafia e terrorismo. Si celebra già diversi anni, inevitabilmente sottotono: abbiamo celebrazioni più retoriche a cui pensare. Questa volta Napolitano ha scelto di dedicarlo in modo particolare ai magistrati caduti a causa delle loro inchieste contro questi contropoteri. Non so quanto ne parleranno i media: tra continue promesse propagandistiche di riforma della giustizia e strali enfatiche contro le presunte toghe rosse e brigatiste, mi rendo conto di quanto possa essere imbarazzante, per la classe dirigente, riportare alla luce le storie di queste persone. Si tratta di  ricordare alcuni professionisti bravi e motivati che sono morti per il semplice fatto di aver fatto bene il proprio lavoro. Di molti di loro si sono perse le tracce, non c’è una memoria collettiva che si ricordi profondamente il senso delle loro inchieste. Viene quasi da pensare che il loro assassino sia lo stesso Stato di diritto per cui sono morti: queste persone hanno rispettato le regole, hanno adempiuto al loro dovere costituzionale di esercitare l’azione penale, che è obbligatoria, e quindi hanno indagato per scoprire chi delique e punirlo. Il loro compito era quello di individuare i soggetti pericolosi per la collettività, chiunque essi fossero, per consegnarli alla giustizia e limitare i danni; era anche quello di decidere quale trattamento sanzionatorio infliggere ai colpevoli, allo scopo di recuperarli e di integrarli in una società basata suilla legalità. Me ne rendo conto, un’utopia. Ma è questo che lo Stato chiedeva loro. Ci hanno provato. Qualcuno li ha fermati: criminali, mafiosi, terroristi. Li abbiamo pianti: ma la folla al funerale di Falcone chiedeva giustizia, pretendeva che si facesse luce sull’accaduto e che la lotta alla mafia non morisse con Falcone

Lo Stato ha condannato le stragi, ma i processi non hanno portato molto lontano: poche condanne, molti misteri. Alcuni procedimenti sono ancora in corso, insabbati da qualche parte e costantemente ostacolati da quegli stessi poteri forti che questi magistrati hanno combattutto, oggi più che mai infiltrati nelle istituzioni con i loro tentacoli infiniti. Quello stesso Stato per cui sono morti, li ha in qualche modo venduti: nelle nostre coscienze si sono trasformati in santini viventi, immaginette televisive in bianco e nero da sbirciare ogni tanto e a cui dedicare retoricamente aule di tribunali e piazze. Se ne parla poco, e sempre riferendosi alle circostanze della loro morte. Il loro lavoro, invece, non se lo ricorda più nessuno. E nel frattempo le infiltrazioni mafiose e la corruzione aumentano a ritmi vertiginosi anno dopo anno. Io credo che giorni come questo abbiano un senso solo se ci ricordiamo PERCHE’ questi magistrati sono morti. Quali inchieste hanno istruito, quali sentenze hanno emesso, a quali ricatti hanno resistito e per quale motivo sono stati ritenuti tanto pericolosi da dover essere eliminati. Se non parliamo dei frutti del loro lavoro, le loro morti saranno state vane, un sacrificio inutile, e il loro ricordo diventerà un’ipocrisia di facciata. Queste persone hanno dato la vita per assicurare a tutti noi un paese più giusto, rispettoso delle normali regole del vivere civile. Non erano dei monumenti o dei santi, erano uomini, fragili e spaventati come tutti noi, pieni di contraddizioni e con un sacco di errori alle spalle. Che però nei momenti cruciali hanno deciso di avere coraggio: di indagare, di condannare. Di dire no. E allora ricordiamoceli, uno per uno. Ricordiamoci di quello che hanno fatto, ammiriamo la loro bravura e soprattutto continuiamo il loro lavoro pretendendo chiarezza sugli episodi oscuri della nostra storia. Celebriamo i nostri 150 anni di vita senza sapere ancora con precisioni cos’è successo in quel periodo di stragi: sembra un paradosso. Non possiamo accettarlo. Questi magistrati credevano che l’Italia potesse essere un paese democratico, in cui chi sbaglia paga per i suoi errori, chi è vittima di un danno deve essere risarcito e chi indaga deve essere imparziale e trattare tutti allo stesso modo, potenti compresi: dipende anche da noi decidere se vogliamo che la loro convinzione resti un’utopia o sia la realtà.  

VITTIME DELLA MAFIA: 15 magistrati tra 1969 e 1993

VITTIME DEL TERRORISMO ROSSO E NERO: 11 magistrati dal 1976 al 1980

CARABINIERI E POLIZIOTTI UCCISI: 29

  • Agostino PIANTA , ucciso il 17 marzo 1969: stava lavorando in ufficio mentre gli hanno sparato. Il suo assassino lo uccide senza averlo mai conosciuto, ritenendo di essere stato ingiustamente condannato dai giudici,  considerandolo un simbolo del lavoro svolto da tutta la magistratura di Brescia.
  • Pietro SCAGLIONE, ucciso il 5 maggio 1971: era procuratore generale della Repubblica a Palermo. Gli spararono perchè indagava sull’ascesa dei Corleonesi e per le sue inchieste sul banditismo e sull’uccisione di sindacalisti in Sicilia. Dopo la sua morte lo calunniarono come collaborazionista, accuse del tutto infondate come più volte dimostrato da sentenze definitive. Quando l’hanno ammazzato, stava tornando a casa dopo essere stato a trovare sua moglie al cimitero.
  • Francesco FERLAINO, ucciso il 3 luglio 1975: era avvocato generale presso la Corte di Appello di Catanzaro. Affiliato a Magistratura Indipendente. In rete ho trovato più notizie su com’è morto che su com’è vissuto, direi che sono riusciti a seppellirlo molto bene.
  • Francesco COCO, ucciso l’8 luglio 1976: per ottenere la liberazione del sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi, sequestrato dalle BR, alcuni magistrati di Genova disposero per ordinanza la scarcerazione di eccellenti detenuti terroristi. Dopo la liberazione di Sossi, Coco impugnò quelle ordinanze e ne ottenne l’annullamento in Cassazione: i terroristi rimasero in carcere. Fu ucciso perchè considerato un traditore. Una magistratura che tratta con i terroristi e cede ai ricatti non è in grado di garantire sicurezza ai cittadini. Coco è stato disposto a morire per un’idea di magistratura diversa.

  •  Vittorio OCCORSIO, ucciso il 10 luglio 1976: magistrato presso il Tribunale di Roma, aveva partecipato al processo per la strage di Piazza Fontana e a quello sul golpe Borghese. Fu ucciso molto probabilmente per le sue indagini più recenti: si stava occupando di massoneria e aveva raccolto interessantissime testimoninanze sulla loggia P2 e su un certo Licio Gelli.
  • Riccardo PALMA, ucciso il 14 febbraio 1978: dirigente a Roma presso la Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, si occupava di edilizia penitenziaria. Suppongo non fosse particolarmente favorevole a trattamenti privilegiati per alcuni detenuti.
  •  Girolamo TARTAGLIONE, ucciso il 10 ottobre 1978 : dopo una brillantissima carriera, nel 1976 venne collocato fuori ruolo per esercitare le funzioni di direttore generale degli Affari Penali, presso il ministero di Grazia e Giustizia. La sua competenza ed attività nel settore penale, penitenziario, della criminologia erano conosciute ed apprezzate anche all’estero. Fu vittima di un agguato e l’attentato venne da organizzazioni sovversive.
  • Fedele CALVOSA, ucciso l’8 novembre 1978: procuratore capo della Repubblica a Frosinone, ucciso da formazioni di sinistra per aver emesso un mandato di comparizione nei confronti di 19 operai, accusati di violenza privata. Mi chiedo se chi accusa la magistratura di disegni eversivi di stampo leninista conosca questa storia.
  • Emilio ALESSANDRINI, ucciso il 29 gennaio 1979: stava lavorando con notevolissimo impegno nell’istruzione del processo per la strage di Piazza Fontana, dopo che il procedimento era stato trasmesso all’autorità giudiziaria di Milano per incompetenza di quella di Roma. L’hanno ammazzato mentre tornava a casa, dopo aver accompagnato a scuola suo figlio.
  • Cesare TERRANOVA, ucciso il 25 settembre 1979 : magistrato attivo fra Palermo e Marsala, scese in politica e in qualità di deputato fu responsabile della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso in Sicilia. Dopo due legislature, decise di tornare a fare il suo lavoro: nell’agosto 1979 il CSM dispose il suo ritorno in servizio assegnandolo alla Corte di Appello di Palermo. L’hanno ammazzato un mese dopo, non sia mai che ricominciasse a dare fastidio a qualcuno con il suo lavoro.
  • Vittorio BACHELET, ucciso il 12 febbraio 1980: era un accademico, un brillante professore impegnato nell’Azione Cattolica attivo in politica. Fu eletto vicepresidente del CSM con un plebiscito. Le BR lo uccisero all’università mentre conversava con la sua assitente, che per la cronaca era una giovane Rosy Bindi.
  • Nicola GIACUMBI, ucciso il 16 marzo 1980: facente funzioni di procuratore della Repubblica a Salerno. Consapevole dei rischi che correva, rifiutò la scorta per non mettere in pericolo altri uomini e continuò imperterrito nel suo lavoro, in anni in cui altri magistrati fuggivano per paura dal Tribunale di Salerno.
  • Guido GALLI, ucciso il 18 marzo 1980: giudice istruttore penale presso il tribunale di Milano, professore di Criminologia a Modena e a Milano. Ucciso dai terroristi di Prima Linea, organizzazione di stampo brigatista fortemente minata dal suo lavoro: nel 1978 aveva concluso la prima maxi-inchiesta sul terrorismo, che aveva portato a diverse condanne.
  • Mario AMATO, ucciso il 23 giugno 1980: sostituto procuratore a Roma, istruì delicatissime inchieste sul “terrorismo nero”, fra minacce e avvertimenti varii. Alla fine trovò la morte perchè non aveva smesso di fare il proprio dovere, perchè non aveva avuto paura.

  • Gaetano COSTA, ucciso il 6 agosto 1980: Dal 1966 al 1978 fu Procuratore della Repubblica a Caltanissetta e nel luglio 1978 divenne Procuratore della Repubblica a Palermo. Indagò sulla mafia raccogliendo moltissime prove, per questo fu giudicato pericoloso ed eliminato dalla criminalità locale.
  • Bruno CACCIA, ucciso il 26 giugno 1983 : svolse tutta la sua attività presso la Procura della Repubblica di Torino. Negli anni 74-75 si dedicò con il massimo impegno e diligenza all’istruzione (prima da solo e poi con il Giudice Istruttore) del gravoso ed imponente processo contro gli appartenenti alle «Brigate rosse» che si erano resi colpevoli del sequestro del Sostituto Procuratore di Genova dott. Mario Sossi e di altri efferati delitti. L’attuale sede del Tribunale di Torino è intitolata proprio a lui.
  •  Rocco CHINNICI, ucciso il 19 luglio 1983: consigliere istruttore presso il tribunale di palermo, svolse indagini molto complesse per combattere il fenomeno mafioso, avvalendosi della collaborazione di colleghi molto qualificati, come Borsellino e Falcone. Si occupò anche di riorganizzare gli uffici del Tribunale per una gestione razionale ed efficiente del lavoro da svolgere. Se davvero si volesse una giustizia più rapida ed efficiente, bisognerebbe partire dalle sue brillanti considerazioni pratiche.
  • Alberto GIACOMELLI, ucciso il 14 settembre 1988: ormai in pensione, era stato presidente della Sezione Penale del Tribunale di Trapani. Ucciso dalla criminalità organizzata locale per vendetta: aveva condannato molti delinquenti per delitti a sfondo mafioso.
  • Antonino SAETTA, ucciso il 25 settembre 1988: fu ucciso in auto insieme al figlio. Aveva alle spalle un brillante carriera, poichè aveva ricoperto molti prestigiosi incarichi, soprattutto in Sicilia. Al momento dell’uccisione era presidente della prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo.

  • Rosario Angelo LIVATINO, ucciso il 21 settembre 1990: lavorava ad Agrigento; sia in qualità di inquirente che di giudicante, si occupò di reati a stampo mafioso e andò a toccare i nervi scoperti della comunità agrigentina, consentendo la cattura e la condanna di pericolosi criminali.
  • Antonio SCOPELLITI, ucciso il 9 agosto 1991: si occupò di processi di notevole rilievo, sia a Milano che a Roma, in qualità di Procuratore della Repubblica. Ricoprì il ruolo di  magistrato di appello applicato alla Procura Generale della Cassazione ed in seguito Sostituto Procuratore Generale. Doveva aver dato fastidio a qualcuno.
  • Giovanni FALCONE, ucciso il 23 maggio 1992: lui lo conosciamo: sapete che fu molto criticato, in vita? Adesso tutti lo ricordano scicquandosi la bocca. Nel marzo 1991 era collocato fuori ruolo per assumere l’incarico di Direttore generale degli Affari Penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Diede un impulso eccezionale alle indagini intese a circoscrivere e debellare il fenomeno mafioso. Portò avanti il processo a carico di Spatola Rosario e altri 119 imputati, stiamo parlando di reati di associazione a delinquere, traffico di stupefacenti, ricettazione ed altri illeciti penali, con collegamenti con altre pericolose associazioni mafiose nazionali ed internazionali. Con i colleghi Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta  e Giuseppe Di Lello, istruì un procedimento penale contro Abbate Giovanni ed altri 706 imputati (il famoso maxiprocesso), ai quali era contestata la perpetrazione di circa un centinaio di omicidi, l’associazione per delinquere di stampo mafioso, lo spaccio di grandi quantità di droga ed altri delitti (la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio constava di oltre 8000 pagine raccolte in 40 volumi).
  • Francesca MORVILLO, uccisa il 23 maggio 1992: era la moglie di Falcone, a Capaci hanno ucciso anche lei. Nel corso della carriera, esercitava le funzioni di giudice del tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, di Consigliere della Corte di appello di Palermo. All’epoca dell’attentato, era componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura.
  • Paolo BORSELLINO, ucciso il 19 luglio 1992: anche questo nome non ci è nuovo. Perchè l’hanno ucciso? Perchè svolse un’efficace azione di contraston alla criminalità organizzata: faceva parte di un pool eccezionale di professionisti intenzionati a dare una svolta alla gestione del fenomeno mafioso in Sicilia. Il loro approccio era rivoluzionario, perchè mirava a soffocare sotto ogni profilo le attività delle organizzazioni criminale, coordinando i vari aspetti della lotta alla mafia, finora affrontati in modo disorganico e sporadico. Sulla sua uccisione avvenuta in via D’amelio, a Palermo, si indaga ancora oggi. Nulla si sa dell’agenda rossa che aveva con sè al momento dell’assassinio: qualcuno l’ha prudentemente fatta sparire. Dentro c’erano appunti scottanti.  
  • Luigi DAGA muore il 17 novembre 1993 a seguito di un’aggressione subita il 26 ottobre dello stesso anno: era il direttore dell’Ufficio Studi e Ricerche del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Dal 23 al 29 ottobre 1993 fu inviato al Cairo per partecipare, in qualità di relatore, al VI Congresso dell’Associazione egiziana di Diritto Criminale. Il magistrato avrebbe dovuto svolgere una relazione nell’ambito della tavola rotonda sul nuovo codice penale francese ed il progetto di riforma del codice penale italiano. Era studioso delle problematiche penitenziarie, un vero luminare di fama internazionale.
  • Gian Giacomo CIACCIO-MONTALTO, ucciso il 25 gennaio 1993: sostituto procuratore della Repubblica a Trapani, era un giovane brillante e molto motivato, in grado di affrontare indagini delicatissime e spinose questioni processuali. Le sue inchieste minacciarono l’intangibilità dei mafiosi trapanesi, che lo eliminarono brutalmente.

http://www.repubblica.it/politica/2011/05/09/news/sergio_amato-15979577/?ref=HREC1-1

Per ulteriori informazioni, sul sito di Repubblica ci sono nel dettaglio le storie di questi eroi della nostra nazione.

#1:Il dissenso addomesticato

4 mag

                                              

L’avete visto, quest’anno, il concertone? Personalmente mi sono emozionata tanto. Tra l’altro questa chicca di Bennato per i 150° anni dell’Unità d’Italia me l’ero persa.

Però c’è stata una nota stonata. Parecchio stonata. Riassumiamo il fatto in poche parole: gli organizzatori del concerto del Primo Maggio, cioè i sindacati e Rai3, hanno fatto firmare una dichiarazione liberatoria di responsabilità a tutti gli artisti prima della loro esibizione. Prassi usuale per andare in televisione. Hanno tutti scarabocchiato una firma distratta, tanto il contenuto di queste dichiarazioni è standard; sarà sempre la solita, avranno pensato. Male, perchè stavolta c’era una clausola a sorpresa: vietato esprimere opinioni politiche e soprattutto vietatissimo anche solo accennare ai referendum di giugno. Pena: multe di migliaia di euro a carico dei trasgressori. Le proteste di attori e cantanti non sono mancate, basta pensare alle caustiche risposte di Gino Paoli durante la mini intervista fatta da Neri Marcorè. Cliccate su questo link per leggere l’appello di molti artisti per ribellarsi a questa forma di censura subdola a cui sono stati sottoposti. Troverete anche numerose testimonianze video per capire meglio cos’è accaduto.

 http://www.sireferendum2011.it/index.php?option=com_content&view=article&id=71&Itemid=77 

 Come ovviare? C’è chi ha indossato magliette con simboli antinucleari, ma si trattava di riferimenti comunque identificabili solo da chi già ne conoscesse il significato. L’unico artista che ha trovato un espediente brillante per parlare di politica senza parlarne è stato Caparezza, il solito genio ( ma avete presente la finezza dei suoi testi? le sue rime sono in grado di descrivere in modo allusivo la realtà che viviamo, non esiterei a definirlo uno dei migliori intellettuali di questo paese, metafore genitali comprese).

 

Stranamente, a causa di un ”disguido tecnico legato alla messa in onda della pubblcità in tv”, proprio Caparezza  è stato interrotto a metà durante l’esecuzione di un pezzo. Guardate l’imbarazzo di Neri Marcorè…

Due modeste considerazioni:

a) questo sistema di democrazia controllata tocca proprio tutti. I sindacati che hanno accettato questi limiti alla libertà di espressione, in un giorno in cui si parla di diritti, sono il tipico esempio di come anche il dissenso sia ipocrita e programmato.

b) quello che dovrebbe essere un concerto altro non è che un cagnolino addomesticato alle regole televisive. Avremmo dovuto tutti andarcene, dagli artisti al pubblico, spegnere la tv e uscire dalla piazza, e lasciarli soli su quel palco vuoto a festeggiare non si sa cosa.

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Resto perchè (tanto per iniziare)

3 mag

Nel periodo in cui Fazio e Saviano andavano in onda con il loro “Vieni via con me”, è successo qualcosa. I festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità non erano ancora iniziati: questo programma forse ha rappresentato un’anteprima di quello che sarebbe successo nelle settimane seguenti. L’ascolto record e la spaccatura nell’opinione pubblica nel giudicare i contenuti di questa trasmissione coincidono con la partecipazione alle varie manifestazioni e celebrazioni del 17 marzo e con le discussioni circa l’opportunità o meno di questa festa nazionale.Era come se ci fossero due schieramenti opposti: da una parte quelli pronti a ricordare i momenti più gloriosi della nostra storia, in un implicito (e talvolta esplicito) confronto con il presente e con la pochezza della società, della politica, della cultura attuali. Dall’altra i fautori del senso pratico, pronti a bollare queste celebrazioni come retoriche e accademiche perdite di tempo. Meglio lavorare.

 Molte polemiche e un pubblico numeroso e partecipe: è emersa nei telespettatori una voglia di patriottismo e di legalità probabilmente non del tutto prevista dagli stessi autori di “Vieni via con me”. La moda degli elenchi è dilagata presto nella blogosfera. Vado via perchè, resto perchè. Anche io confesso di essermi lasciata contagiare da questa tendenza, che però può essere l’occasione per un punto di partenza rispetto alla riflessione che vogliamo fare insieme. Ho quindi deciso di ripubblicare un post del mio blog precedente, http://ironiadellasorte.wordpress.com/2010/12/15/particolari/. Si tratta proprio di un elenco di motivi per cui resto.

  • Resto perchè andarsene è da codardi: l’unico modo per cambiare le cose che non vanno è darsi da fare, lavorare, insistere, provare, sbagliare, correggersi, impegnandosi in prima persona. Troppo comodo lamentarsi dei problemi senza far nulla per risolverli.
  • Resto perchè amo il suono della mia lingua, la ricchezza di aggettivi con cui posso descrivere i miei stati d’animo, la profondità di un lessico che si è costruito nel corso dei millenni grazie al confronto con le più diverse culture. E mi chiedessero “come stai” e dovessi rispondere in inglese, la mia risposta perderebbe tutte le sfumature. 
  • Resto perchè ci sono parole come “governance”, “mood”, “business”, che in italiano non hanno un equivalente perchè manca un concetto corrispondente a quello inglese. Resto, esatto: perchè qualcuno quel concetto prima o poi dovrà pensarlo.
  • Resto perchè ci sono ancora gli idealisti che salgono sui tetti e bloccano il traffico: nessun diritto è mai acquisito per sempre, e io resto perchè la libertà bisogna guadagnarsela, ogni giorno.
  • Resto perchè c’è un’intera generazione di bambini che arrivano in quinta elementare senza aver mai sentito parlare dei partigiani: resto perchè dobbiamo spiegarglielo.
  • Resto perchè siamo quello che mangiamo, il cibo è un piacere irrinunciabile, perchè quando al ristorante ordino una pizza, è perchè voglio una pizza, non un frisbee.
  • Resto perchè a volte, quando accendi la tv e vai su quei canali dopo il 10 che non vede nessuno, capita ancora di incrociare Gassman che legge Dante, e ti viene voglia di piangere dalla bellezza.
  • Resto perchè quando vado in vacanza all’estero sorprendo sempre qualche ragazza inglese, magra e perfetta nei suoi abbinamenti cromatici improbabili, fissare con invidia come sono vestita. Perchè nonostante tutto noi il buongusto ce l’abbiamo nel sangue, e trent’anni di brutta televisione ancora non sono riusciti a sradicarlo dal nostro DNA.
  • Resto perchè, con buona pace delle baguette, amo spezzare il pane del panificio di via Sansovino durante il pranzo della domenica.
  • Resto perchè  voglio che mia nonna, un giorno, possa venire a casa mia a controllare di persona se uso il suo scialle di lana azzurro del corredo.

 

  • Resto perchè ho sempre sognato di abitare in via Po angolo piazza Vittorio, in uno di quegli appartamenti magnifici con il terrazzo all’ultimo piano: probabilmente non potrò mai permettermelo, ma se resto potrò sempre permettermi di correre a vivere in via Po angolo piazza Vittorio, tutte le volte che voglio.
  • Resto perchè mi piace gesticolare. E non potrei mai sopravvivere in un paese in cui ogni volta che parlo con qualcuno la gente crede che io stia litigando. 
  • Resto perchè spero di avere dei figli e di poterli portare in centro il sabato mattina, per raccontargli le storie di Torino, come faceva mio padre con me.
  • Resto per puro egoismo, per poter dire, tra dieci anni, ”te l’avevo detto” a quelli che oggi si ostinano  a non voler vedere e continuano a non andare a votare, quando si lamenteranno di non avere più diritti.
  • Resto perchè in realtà non voglio dire “te l’avevo detto”: voglio lottare per tenerceli, i diritti, e se sto ad aspettare che lo faccia qualcuno per me tra dieci anni ci sarà chi potrà dirmi “te l’avevo detto”.
  • Resto non solo perchè, ma anche per chi: resto per Omar e Enrica, per quelli che hanno il coraggio di sposarsi prima dei trenta nonostante la precarietà.
  • Resto per quelli come mia cugina  Sara, che si iscrive a Biologia per passione: resto perchè forse non troverà il lavoro che sogna, ma almeno potrà dire di averci provato.
  • Resto per Cristina, per Rita, per Carmelo e per tutti gli altri, che prendono ferie per andare alle manifestazioni, che si incontrano nei circoli di sera per pianificare un’Italia migliore a partire dalle piccole cose.
  • Resto per Marco e Carlo, perchè hanno il coraggio di far sentire la propria voce per cambiare le cose: e anche se è una voce che non si sente con le orecchie, quel che dicono è talmente vitale e profondo da parlare direttamente all’anima di chi li ascolta.
  • Resto per Ruggero, che  con i suoi amici non c’era una radio che gli piacesse davvero e allora se ne son costruita una loro.
  • Resto per quelli che vanno ancora all’oratorioperchè danno un senso al tempo passato insieme e cercano di crescere basandosi su dei valori, condivisibili o meno.

 

  • Resto per quelli che scrivono di politica su Facebook e cercano il confronto con i propri amici, perchè è questa la rivoluzione del pensiero di cui abbiamo bisogno.
  • Resto per quelli che fanno parte di Libera o di associazioni simili, per i tanti meridionali che lottano contro la mafia ogni giorno, per i ragazzi che combattono il degrado delle loro città con la cultura, la partecipazione, l’informazione. Perchè non fanno rumore come  gli sbandati, forse, ma ci sono e sono molto numerosi.
  • Resto per chi a vent’anni scende in politica, come Gian: perchè tanti sono figli di papà, tanti sono raccomandati, tanti sono “l’amante di”. Ma tanti altri sono ragazzi che vogliono sporcarsi le mani e cercare un compromesso tra le loro idee e i meccanismi burocratici per migliorare le cose.
  • Resto per i magistrati e i pm che fanno bene il loro mestiere, nonostante i loro colleghi corrotti, le continue denigrazioni mediatiche, i reporter d’assalto a caccia di calzini azzurri e le lungaggini burocratiche di un sistema giudiziario intasato e sull’orlo del collasso che nessuno vuol prendersi il coraggio di aggiustare davvero.

  • Resto per i poliziotti che fanno la scorta ai pentiti, per quelli che rischiano la vita nelle operazioni più pericolose e per quelli che indagano sul conto dei poteri scomodi: non posso permettere ai manganelli di alcuni di nascondere il merito di molti.
  • Resto perchè ho appena scoperto che una mia cugina di secondo grado che a me sembra pazza aspetta il suo quarto figlio in cinque anni. Alla faccia del calo della natalità.
  • Resto per Rita Levi Montalcini,  per Caparezza, per Margherita Hack, per Don Ciotti, per Giancarlo Caselli, per Roberto Benigni, per Carla Fracci, per Umberto Eco, per Roberto Saviano, per Claudio Abbado, per Renzo Piano, per Marco Travaglioper tutti gli altri: per tutti i grandi italiani di ogni settore che fanno bene il proprio lavoro e che ogni tanto si espongono con le proprie idee, contribuendo in qualche modo a scuotere l’opinione pubblica grazie al loro talento.
  • Resto per i ricercatori che sono ancora all’avanguardia nel mondo, nonostante si cerchi di affossarli.
  • Resto per il cinese dell’edicola di corso Regina, che ogni mattina mi fa leggere gratis il giornale, perchè non potrei fare a meno delle sue analisi così acute sulla situazione politica italiana.
  • Resto per quello che vende la menta all’angolo di porta Palazzo, perchè anche se gli passo davanti senza concedergli niente più di un sorriso ogni mattina ha un apprezzamento diverso con cui strapparmi una risata, perchè il suo italiano migliora di settimana in settimana e voglio restare a monitorare i suoi progressi.
  • Resto perchè ci crediamo in tanti, in un’Italia migliore, e se restiamo uniti e non ci lasciamo andare al vittimismo prima o poi riusciremo anche a viverci. 

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Perchè questo blog

3 mag

 

Un altro blog targato WordPress.

Ce ne sono milioni: che senso può avere questo? Sento il bisogno di creare qualcosa perchè sono innamorata. Del mio Paese. Dell’arte, dell’architettura, della varietà di paesaggi; ma anche della lingua e soprattutto della gente (sì, mi rendo conto che amare la de Filippi o Scilipoti è alquanto difficoltoso, ma passatemela). Perchè l’Italia è fatta di persone. Se stai già pensando cheppalle, questo è il posto giusto. Cosa vuol dire oggi amare l’Italia, decadente e sempre più divisa? Penso possa essere interessante chiedercelo insieme. In termini molto generici, potrei dire che secondo me amare il proprio paese significa avere una coscienza sociale e lottare per migliorarlo e proteggerlo. Cosa c’è di più attuale? Mentre metà dei tuoi amici pensa di cercare lavoro all’estero e l’altra metà dà per scontato un futuro da centralinista in un call center, forse è il caso di attivarci per trovare una terza via. Qui, in Italia: perchè dovremmo rinunciare all’idea di poter vivere in un paese migliore? Certo prima bisogna capire cos’è l’Italia, da dove bisogna partire per cambiarla. Ed è quello che intendo fare attraverso questo spazio (sono modesta, vero?). Ti va di collaborare?

Perchè adesso? Questo è un anno importante.

2011, 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Tra fiumi di retorica e bandiere che sventolano dai balconi, la mia Torino si è riscoperta capitale, almeno delle iniziative celebrative per l’evento. In una fase di crisi della democrazia parlamentare, di indebolimento culturale e morale, mi sono chiesta se ci sia davvero qualcosa da festeggiare: stiamo commemorando un morto? Cosa significa essere italiani, in poche parole? Quali sono gli elementi che dovrebbero accomunarmi a Umberto Eco e – ok, l’accostamento è forte - a Daniela Santanchè? Non so te, ma io ci sono giorni in cui vorrei solo emigrare. In un paese sempre più diviso in fazioni cortigiane, privo di coscienza nazionale e di senso civico, in cui ciascuno pensa al proprio orto  e pochi si interessano alla politica e alla gestione della cosa pubblica, esiste ancora un’idea di Patria? Forse questi mesi di iniziative, mostre, convegni, possono farci riflettere e perfino tornarci utili. Farci  ripartire dalle nostre radici per costruire un futuro a questa nazione che merita di meglio, riappropriandoci della nostra identità di italiani. Ok, scommetto che stai pensando che è la solita pippa: e quindi, che cosa possiamo fare? E’ quello che vorrei capire attraverso questo blog: mi piacerebbe riflettere con te e con tutti quelli che stanno leggendo sul concetto di patria. Se questo anniversario ha un senso, dev’essere quello di capire cos’è l’Italia e come possiamo renderla ancora più unita.

Croce e delizia?

Di quell’amor ch’è palpito
Dell’universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

(Francesco Maria Piave, che è il librettista della Traviata)

Ho provato a cercare su Google “croce e delizia”. I risultati mi hanno sorpresa. Ho scoperto che Croce e delizia è il titolo di un film di Luciano De Crescenzo con Isabella Rossellini, che è il nome di un blog sul punto croce nonchè di un curatissimo sito a tema enogastronomico, e che i Litfiba nel 1998 hanno pubblicato un doppio album live chiamato proprio “Croce e delizia”. Insomma, non sono la prima a scegliere questo binomio per qualcosa che con Violetta e Alfredo non c’entra granchè. Ho deciso di scomodare un nome verdiano per rievocare le suggestioni risorgimentali, ma non solo. Come ogni amore che si rispetti, quello che provo verso l’Italia è una croce e una delizia. Croce quando mi fa soffrire: la mafia, la sottocultura televisiva, i dibattiti urlati e vuoti di politici che non governano, il precariato… Di motivi per detestare questo paese ce ne sono tanti, soprattutto a vent’anni. Eppure questo paese è anche una gioia, una delizia. Delizia quando mi sento fiera di essere Italiana, nonostante tutto, di far parte di una  cultura così ricca e variegata. E’ un amore fisico, che mi fa attorcigliare le budella dal nervoso, disperare per lo scoraggiamento, esaltare per la meraviglia e sorridere per la fiducia.  E’ proprio “quell’amore che è palpito”: un patriottismo che non esito a definire carnale, per questo contraddittorio e incoerente.

Ci serve un nuovo Risorgimento.

Culturale e sociale. Dalla frequenza con cui uso l’aggettivo culturale dovresti aver capito che ho fatto il classico, scommetto che sei già scettico circa l’effettiva utilità di questo blog: bene. La cultura non è accademia, non solo: è anche qualcosa di popolare, è il dibattito nella piazza del mercato (lo dicevano i Greci, quindi fidati). E che razza di dibattito si potrebbe creare se avessimo tutti la stessa idea? Lo scopo di questo spazio vuol proprio essere questo: confrontare le idee su un tema che credo stia a cuore a tutti noi, cercare insieme delle strade per ripartire. Cosa c’è di più popolare e democratico del web, per un’operazione del genere? Bisogna proprio che cerchiamo tutti insieme un concetto nuovo di italianità, al di là degli stereotipi e possibilmente senza retorica. Ti va di darmi una mano esprimendo la tua opinione? Partiremo da mie riflessioni su vari temi (ahahah, detto così suona molto megalomane) ma se pensi di avere qualcosa da dire sarò felicissima di pubblicare le tue riflessioni. Mi piacerebbe proprio creare qualcosa di interattivo e di fresco, dove ci si possa esprimere liberamente  confrontandosi con altre persone.

Ok, allora si parte! Benvenuto in Croce e delizia, un altro (inutile?) blog targato WordPress.

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